Michele Marziani alla seconda prova "in romanzo"
Umberto Dei, quando una bicicletta
è storia d'amore e giallo narrativo
Nella liturgia della parola, perdonate l’enfasi, Michele Marziani si nutre di un instancabile mistero. Soprattutto quando muove le dita, le gambe e fa frizzare continuamente il cervello (che fracasso le cellule in parata!) nelle lunghe sgambate intraprese tra un angolo e l’altro della nostra Italia, sempre meno Stivale e sempre più tribale. Di Marziani si possono condividere le caratteristiche del ricercatore – la vecchia manovalanza nel giornalismo lo aiuta nell’apprendere al volo – come si possono condividere le iperboliche narrazioni enogastronomiche, ma quando l’uomo-saggiatore si ferma ed inizia a frugare nella propria intimità il discorso da fare è tutt’altra cosa.
Marziani, lei prende appunti sul taccuino, viaggia in
bicicletta, scruta volti, assaggia, annusa, approva, disapprova. Si
direbbe un nostalgico del tempo che fu: per questo motivo ha deciso
di scrivere il nuovo romanzo sfruttando la “parabola” evocativa di
un marchio come Umberto Dei?
"Non credo di essere un nostalgico, forse sono un snob, ma un
nostalgico proprio no. Credo, come immaginava Ivan Illich, che la
bicicletta sarà uno dei mezzi di trasporto del futuro, perché
attraverso la bicicletta ci si può riappropriare di quella libertà
che l'automobile ha promesso ma non ha saputo mantenere. Il mio
romanza è una storia attuale, contemporanea, una storia di libertà,
di scelte, di amicizia, di razzismo, di ricostruzione... Si svolge
oggi, intorno a una bicicletta antica, perché da quella bici, che
ancora è una delle migliori che siano mai state costruite, mi
piacerebbe transitasse il passaggio dal passato al futuro. Che è un
po’ quello che accade ai personaggi del mio romanzo".
Ha ancora senso scrivere romanzi quando ormai si è schiavi
delle mail, si ragioni e si litiga via pc, si trasmettono emozioni –
a volte solo byte – via cellulare?
"A me piacciono molto le tecnologie ma le uso con parsimonia. Vivo
in rete da sempre, da quando esiste, ma cercando una sorta di
misura, un’ecologia del comunicare. Un romanzo è un viaggio in
mezzo alle parole, un viaggio che si percorre attraverso la carta.
Un territorio, ad esempio una regione come l’Emilia Romagna, si può
sorvolare in pochi minuti, attraversare di corsa in autostrada,
percorrere con calma lungo la via Emilia, addirittura in bicicletta
o a piedi. Il mezzo determina il punto di vista. Un romanzo è una
storia e insieme una storia di carta. E’ il mezzo, la carta, che
anche qui, fissa il punto di vista. Ha senso attraversare l’Emilia
Romagna in bicicletta? Sì, perché si vedono più cose, s’incontrano
più persone. Un romanzo è una storia vista passeggiando, con calma.
E al tempo stesso con l’urgenza del dire che è propria, credo, del
contemporaneo".
Dica la verità, si è un po’ rotto le scatole di tutti
questi intelligentoni capaci di sfornare libri solo per il gusto di
far cassetta, vero?
"Leggo tanto, e scrivo, perché non riesco ad immaginarmi senza
libri da leggere e senza parole da mettere insieme. Per me è un
impulso vitale. Nel leggere incontro scrittori incredibilmente
belli e altrettanto poco noti, se non ignoti, o comunque, come si
dice, di nicchia. Mi vengono in mente perché letti di recente,
Laura Pariani, Mario Cavatore, lo scrittore svizzero di lingua
italiana Giovanni Orelli, il bosniaco Miljenko Jergovic che con il
suo “Le Marlboro di Sarajevo” riesce a raccontarti una guerra
attraverso una quotidianità fatta di frammenti di un’intensità
straordinaria. O, ancora, penso a grandi scrittori italiani
addirittura semidimenticati come Silvio D’Arzo, il
marchigiano-romagnolo, anzi “marchignolo” come si definiva, Fabio
Tombari o Riccardo Bacchelli, quello del Mulino del Po, quello per
il quale abbiamo fatto una legge, la legge Bacchelli appunto, per
non lasciarlo morire in miseria. C’è un mondo molto lontano e per
me decisamente più interessante dei libri di Paulo Coelho o
Federico Moccia. Quindi perché scocciarsi? Basta leggere altrove.
Poi per fortuna ci sono anche quelli che escono da circolo del
silenzio con libri belli e all’apparenza per pochi come Roberto
Saviano o, dopo una vita intera nel dimenticatoio, Boris Pahor,
scrittore italiano di lingua slovena che arriva a 95 anni al
successo il Italia quando all’estero era famoso da tempo".
Non ci racconti la trama, però ci dica se è un libro che ha
lieto fine o no. Sa, anche noi siamo nostalgici del tempo che fu e
quando guardiamo Via col vento scende la lacrimuccia...
"Umberto Dei è una bicicletta e come tale è quasi immortale, basta
olearla. I personaggi principali, Arnaldo Scura e il suo garzone.
lo studente afgano Nas, troveranno una strada da fare, ovviamente
pedalando. A volte anche molto in salita".